domani a Washington la firma dell’accordo di pace ma si continua a combattere


C’è attesa per la firma dell’accordo di pace tra Repubblica democratica del Congo (Rdc) e Ruanda, in programma domani, 4 dicembre, a Washington. Dopo mesi di negoziati, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, accoglierà infatti i leader dei due Paesi, rispettivamente Felix Tshisekedi e Paul Kagame, che firmeranno quello che la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha definito “uno storico accordo di pace ed economico mediato da Donald Trump”.

I colloqui, mediati dagli Usa, sono iniziati formalmente ad aprile, quando Trump ha incaricato il suo inviato speciale per gli Affari africani, Massad Boulos, a recarsi nella regione per cercare di raggiungere un’intesa. Da allora i ministri degli Esteri di Kinshasa e Kigali, rispettivamente Therese Kayikwamba Wagner e Olivier Nduhungirehe, hanno firmato l’accordo presso la sede del dipartimento di Stato a giugno. All’inizio di novembre, poi, i team tecnici delle due parti hanno compiuto il passo successivo avviando il Quadro di integrazione economica regionale (Reif), che promette miliardi di dollari di investimenti statunitensi e delinea le aree chiave per promuovere la cooperazione economica e lo sviluppo tra i due Paesi rivali.

L’intesa, tuttavia, non è stata sottoscritta dalla parte congolese, che si è rifiutata di firmare finché le forze ruandesi avessero mantenuto la loro influenza oltre confine, insistendo inoltre su una clausola che stabilisce che il Reif non possa essere attuato senza la neutralizzazione e lo scioglimento delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr, gruppo armato attivo nel Congo orientale fondato da miliziani hutu responsabili del genocidio ruandese) e dalla rimozione delle cosiddette “misure difensive” da parte di Kigali.

L’accordo prevede il disimpegno delle Forze armate ruandesi nell’est della Rdc, la protezione dei civili, il ritorno degli sfollati e l’istituzione di un meccanismo per garantire il rispetto dell’intesa. Quest’ultima prevede anche la cessazione “irreversibile e verificabile” del sostegno di Kinshasa alle Fdlr; il rispetto dell’integrità territoriale dei due Paesi; il disimpegno, il disarmo e l’integrazione dei gruppi armati non statali; l’istituzione di un meccanismo di coordinamento per la sicurezza; l’istituzione di procedure per facilitare il ritorno degli sfollati e dei rifugiati. In aggiunta, l’accordo prevede anche l’accesso della popolazione civile agli aiuti umanitari e il ripristino di un processo di integrazione regionale.

Al netto dei proclami, resta ora da vedere se la firma dell’accordo produrrà un reale cambiamento sul campo. I segnali, a dire il vero, finora non sono incoraggianti. I combattimenti sono infatti proseguiti sporadicamente mentre i colloqui per la tregua procedevano. Di recente, infatti, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha dichiarato che almeno 319 civili sono stati uccisi nella provincia del Nord Kivu da combattenti del Movimento 23 marzo (M23), sostenuti dal Ruanda, nel mese di luglio, poco dopo l’accordo iniziale della Casa Bianca. È infatti di almeno dieci civili uccisi il bilancio dei combattimenti scoppiati tra le Forze armate congolesi (Fardc) e i ribelli M23, sostenuti dall’esercito ruandese, nella provincia del Sud Kivu.

Secondo diverse fonti citate dall’emittente “Radio Okapi”, il bilancio delle vittime include circa dieci civili uccisi dai bombardamenti a Kaziba e tre bambini nella città di Kamanyola. Diverse infrastrutture pubbliche, tra cui scuole e chiese, sono state distrutte. La maggior parte delle vittime sono bambini, secondo diverse fonti contattate da “Radio Okapi” a Kaziba e Kamanyola. Decine di civili sono rimasti feriti. Tra questi, un giornalista di un’emittente radio locale di Kamanyola. Le stesse fonti indicano che le vittime sono state colpite da bombe sganciate da posizioni non identificate mentre infuriavano i combattimenti tra le parti in conflitto.

Secondo un rapporto pubblicato a fine novembre dall’Ufficio congiunto delle Nazioni Unite per i diritti umani, inoltre, le violazioni dei diritti umani sono aumentate dell’11 per cento nei primi sei mesi dell’anno e le vittime sono cresciute del 12 per cento rispetto ai sei mesi precedenti. Il rapporto mette in guardia dall’espansione del conflitto nella Rdc orientale, oltre il Nord e il Sud Kivu, con nuove dinamiche e un numero maggiore di aree colpite. Tra queste la provincia dell’Ituri, dove la violenza sta aumentando e si moltiplicano anche gli attacchi perpetrati da altri gruppi armati, tra cui la Cooperativa per lo sviluppo del Congo (Codeco) e il gruppo Zaire, e da nuove formazioni come la Convenzione per la rivoluzione popolare (Crp) di Thomas Lubanga e la Coalizione nazionale per la liberazione del Congo (Cnlc). Secondo il rapporto, con l’emergere di nuovi gruppi e attori, e con l’aumento delle vittime, il conflitto sta diventando sempre più complesso. A questo si aggiunge un’altra piaga: la violenza sessuale legata al conflitto. Tra gennaio e giugno sono state registrate 266 vittime, più del doppio rispetto all’anno precedente, la maggior parte delle quali si è verificata nella provincia del Nord Kivu, seguita da Ituri, Sud Kivu e Maniema. I responsabili erano principalmente gruppi armati: l’M23 è citato per 63 vittime, il Codeco per 52, seguito dal gruppo Mai-Mai. L’Onu punta il dito anche contro gli agenti statali, tra cui esercito e polizia.

Il conflitto nell’est congolese – che ha conosciuto un’impennata nel gennaio scorso con la conquista della città di Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, da parte dei ribelli M23 – affonda le sue radici nel genocidio del Ruanda del 1994 e trae origine dalla lotta per il controllo e lo sfruttamento delle ricche risorse minerarie presenti nell’area. La Rdc orientale è infatti ricca di oro, stagno e tantalio, utilizzati nell’elettronica portatile, e a sud della zona di conflitto si trovano alcuni dei giacimenti di rame, cobalto e litio più ricchi del pianeta. Il Congo è il principale produttore mondiale di cobalto – si stima che fornisca circa il 70 per cento della produzione mondiale – che è un elemento essenziale per la produzione di batterie dei veicoli elettrici. Il Paese è anche il quarto produttore di diamanti industriali, con un totale 9,9 milioni di carati estratti nel 2022, mentre non dispone attualmente di miniere di litio attive, anche se sono in fase di sviluppo diversi progetti, tra cui quello relativo allo sfruttamento della miniera di Manono-Kitolo, che in passato produceva stagno e coltan fino alla sua chiusura, avvenuta alla fine del 1982.

Il Congo vanta alcune delle riserve di rame di qualità più elevata al mondo, con alcune miniere che si stima contengano gradi superiori al 3 per cento, significativamente più alti della media globale. Anche il settore dell’oro sta assistendo a un rinnovato interesse da parte delle società minerarie, e nel 2021 la produzione è aumentata da 10 mila a quasi un milione di tonnellate. Il conflitto nel Nord Kivu sembra dunque seguire una logica chiara, vale a dire il controllo sulle ingenti risorse naturali di cui la regione è ricca. Per questo motivo la crisi interessa da vicino le due grandi superpotenze globali, gli Stati Uniti e la Cina, e s’intreccia con l’iniziativa nota come Corridoio di Lobito, il maxi progetto ferroviario lungo 1.300 chilometri finanziato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, che mira a collegare i bacini minerari congolesi allo Zambia e al porto angolano di Lobito, sull’Oceano Atlantico. Un progetto che, nelle intenzioni di Washington, punta ad essere la risposta alla Nuova via della seta cinese.

È proprio in quest’ottica che s’inserisce l’interesse da parte degli Usa, che puntano a sfruttare appieno le opportunità economiche e commerciali che un eventuale accordo di pace potrebbe offrire, anche approfittando della crescente volontà delle autorità di Kinshasa di diversificare le proprie attività, allontanandosi dai minatori cinesi che dominano il settore. Nei mesi scorsi il “Wall Street Journal”, citando una lettera inviata dal presidente congolese Felix Tshisekedi a Donald Trump, aveva riportato la notizia che le autorità di Kinshasa avrebbero offerto agli Stati Uniti l’accesso alle risorse minerarie presenti nel Paese, in cambio del sostegno contro l’insurrezione lanciata nel Congo orientale dai ribelli M23, sostenuti dal Ruanda.

Una notizia simile a quella riportata da “Bloomberg”, secondo cui il governo congolese avrebbe esteso nei mesi scorsi un’offerta agli Stati Uniti, proponendo l’accesso esclusivo ai suoi progetti minerari e infrastrutturali essenziali in cambio di assistenza in materia di sicurezza per combattere la ribellione sostenuta dal Ruanda. L’accordo proposto dovrebbe garantire alle aziende statunitensi un accesso privilegiato ai minerali essenziali per la transizione energetica globale. La richiesta sottolinea l’urgente bisogno di sostegno della Rdc e include il controllo operativo per le aziende statunitensi, diritti “esclusivi” di estrazione ed esportazione, la partecipazione a un progetto portuale in acque profonde e la creazione di una riserva mineraria strategica congiunta. In cambio di queste opportunità economiche, gli Stati Uniti fornirebbero addestramento militare, equipaggiamento e assistenza diretta alla sicurezza, compreso l’accesso alle basi militari per proteggere le risorse strategiche.

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Fonte: https://www.agenzianova.com/news/congo-ruanda-domani-a-washington-la-firma-dellaccordo-di-pace-ma-si-continua-a-combattere/

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